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1946, a Montreux la prima…Coppa dei Campioni

1946, mentre il mondo lentamente si rialza dalla guerra, lo sport riparte con l’hockey a fare da traino. E a Montreux domina l’Hockey Monza

Aprile 1946, la guerra è appena terminata. L’Europa intera sta provando a rialzarsi, contando milioni di morti e intere comunità distrutte. E con una simile devastazione, anche lo sport è al collasso. In Italia il calcio fatica a ricucire gli strappi tra nord e sud, mentre la Gazzetta dello sport a stento rimette in piedi il Giro d’Italia, con le sfide tra Bartali e Coppi che riportano un senso di unità ad un paese in cui mancava tutto, strade comprese.
Nonostante uno scenario desolante, l’hockey riusciva a mantenersi vivo più di molte altre discipline. A Montreux, che insieme ad Herne Bay erano i capisaldi dell’hockey mondiale, l’intenzione era di proseguire con la “Coppa delle Nazioni”, antico trofeo che si disputa fin dal 1914. L’unico problema era assemblare un congruo numero di partecipanti, con l’impossibilità di coinvolgere le varie nazionali. Il concetto di “nazione” era lontanissimo dal potersi definire in paesi come Francia, Germania, Inghilterra e Italia, dove le federazioni sportive erano state a tutti gli effetti bombardate. Rimettere insieme una manifestazione convocando le varie selezioni era impresa proibitiva, anche perché molti protagonisti erano deceduti nel corso del conflitto.

Dalle rive del Lago di Lemano, con 20 anni di anticipo, partì la l’appassionata idea di creare una sorta di edizione primitiva della Coppa dei Campioni, convocando le squadre di club di 5 paesi differenti. Il Monza di Luigino Kullmann e il Novara di Angelo Grassi risposero presente, insieme a Biarritz e Bordeaux per la Francia, l’Anversa per il Belgio, e ai padroni di casa del Montreux. Gli organizzatori trovarono terreno fertile anche nel Portogallo, paese in netta fase ascendente. Creare una competizione europea con sette partecipanti a pochi mesi dalla fine del conflitto, era qualcosa di veramente grande e assolutamente unico.


Portogallo, una corazzata

In terra lusitana si stavano affermando una generazione destinata a dare il via ad un dominio mondiale. Oliverio e Sidonio Serpa del Benfica, Jesus Correia, straordinario atleta, che giocava contemporaneamente nel Paço d’Arcos di hoquei e nello Sporting Lisbona di futbol, vestendo allo stesso tempo sia la casacca della nazionale di hockey che quella di calcio: a livello sportivo Correia fu veramente qualcosa di unico. Tra i convocati spiccavano anche il portiere Cipriano Santos e Raio del Sintra. Questi erano i protagonisti che indossavano la casacca del “Lisbona”, ma avrebbero potuto benissimo vestire la maglia del Portogallo, perché questo era blocco nel 1947 vinse il titolo mondiale.


Vendere bastoni per racimolare denaro

In Brianza la passione era rimasta immutata anche durante la guerra e gli atleti superstiti si ritrovarono alla pista di Via Boccaccio, con l’intento di preparare al meglio la partecipazione al torneo di Montreux. Il loro fisico fu temprato anche dalle giornate trascorse nel liberare la pista dalla neve, caduta copiosa durante l’inverno del ‘46. E per non lasciare nulla al caso, in veste di preparato atletico, bruciando i tempi di almeno un decennio, il Monza ingaggiò l’olimpionico Franco Tognini, medaglia d’oro nella ginnastica a Los Angeles ’32. D’altronde per affrontare 5 partite in 3 giorni era necessario farsi trovare pronti.
La porta era difesa dal solido Massironi; Arnaboldi formava la linea difensiva con Kullmann, mentre in attacco giostravano i fratelli Castoldi, “geni” dell’hockey e dell’arte di arrangiarsi, mentre Zaffaroni e il giovane Aldo Gelmini erano i cambi di una squadra che aveva tutto per vincere. In panchina sedeva Orazio Zorloni, probabilmente il miglior giocatore che l’hockey milanese avesse mai prodotto.
Erano tempi duri, in cui il problema principale era sbarcare il lunario. Giuseppe e Luigi Castoldi possedevano un’azienda di famiglia in cui, di notte, lavorarono aiutati dai compagni per creare a mano diversi bastoni in legno, forgiandoli con pialla e cartavetra, con l’intento di rivenderli in Svizzera. Le mazze andarono a ruba e l’esperimento fu decisamente proficuo.

Il trionfo del Monza
IL Monza vincitore della Coppa delle Nazioni 1946

La cura maniacale nei dettagli permise al Monza di compiere un autentico miracolo. L’esordio si concluse con una vittoria per 3-2 ai belgi dell’Anversa. Poi, nella tarda serata del 19 aprile giunse il secondo successo, con lo stesso punteggio, contro il Biarritz.
Il giorno seguente l’ostacolo era formato dal Novara: i piemontesi caddero per mano di Luigi Castoldi, che firmò il 2-1 nel finale. A punteggio pieno i monzesi continuarono nella loro marcia sconfiggendo il Montreux ancora per 3-2, in un Pavillon des sports gremito. Una medaglia era ormai a portata di mano, mentre dopo l’8-2 rifilato al Bordeaux restava solo un avversario: il Lisbona, ovvero il blocco della nazionale portoghese.
Il vantaggio di Luigi Castoldi viene pareggiato da Sidonio Serpa, poi ancora Castoldi chiude avanti il primo tempo sul 2-1. Il Monza controlla, poi Kullmann prende in controtempo Cipriano, sorprendendolo con il suo classico tiro accompagnato dalla lunga distanza. Il Benfica accorcia, ma non basta: l’Hockey Monza conquista la Coppa delle Nazioni, riportando immediato lustro all’hockey italiano, che soli 7 anni più tardi si laureerà campione del Mondo.
In Italia il successo non passò inosservato: molti quotidiani, compresa la Gazzetta dello sport, riportarono la notizia e la radio nazionale convocò in studio Kullmann e compagni per un’intervista. L’Hockey Club Monza aveva trionfato in quella che fu, di fatto, la prima vittoria europea per un club italiano, mentre la pista di Via Boccaccio nelle sere di primavera e estate tornava a riempirsi con tre, a volte quattro, mila persone: l’hockey a rotelle era definitivamente entrato nei cuori dei monzesi.

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